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lunedì 23 maggio 2016

dove si parla dell'Homo sapiens che se ne va in giro per il mondo e, mentre conquista sempre nuovi territori, trasforma se stesso


59-Primi passi






I paleontologi sono oggi sicuri nell’affermare, in quanto sono state fatte scoperte che non lasciano adito a dubbi, che i primi ominidi deambulanti con due piedi fossero vissuti circa  4 milioni di anni  fa in una zona a sud nel parco del Serengeti in Tanzania nel cuore della Savana Africana. Era il 1978 quando alcuni paleontologi scoprirono nel terreno, le impronte fossili di esseri bipedi del tutto simili a quelle dell’uomo di oggi. Siamo a Laetoli e queste impronte, arrivate fino a noi perché impresse su un alto strato di cenere vulcanica e successivamente ricoperte da altra cenere, sono importanti in quanto ci mostrano che a quel tempo esistevano già esseri perfettamente bipedi. Da queste impronte si deduce che il modo di camminare di questi ominidi era del tutto simile al nostro, con gli stessi punti di appoggio e l’arco plantare  sollevato, l’alluce allineato e non divaricato. Dalla lunghezza della falcata dei passi e dalla profondità delle orme stesse, se ne deduce che si tratta di due ominidi di 130 cm di altezza che procedevano l’uno dietro l’altro. 




Da altri ritrovamenti fatti in zona si capisce che , se lo sviluppo dell’apparato locomotore era già molto avanzato, non altrettanto si può dire del cranio e quindi della massa cerebrale. Sembra infatti che gli ominidi di Laetoli avessero un cranio molto scimmiesco e con un volume cerebrale molto piccolo, se paragonato al nostro. Siamo comunque appena all’inizio della nostra storia e sembra proprio che sia questo il luogo dove il nostro uomo ha mosso i primi passi. Nella Savana quell’essere  cominciava la sua lenta trasformazione verso forme più evolute. Intanto sbarcava il lunario cercando di sopravvivere, si riproduceva e, come facevano gli animali prima di lui, si spostava in continuazione alla ricerca di posti più sicuri e comodi dove sostare. Poiché le trasformazioni che avvenivano in lui erano vincenti e le sue caratteristiche gli permettevano di primeggiare nella rivalità con gli altri animali, il numero di questi esseri aumentava a dismisura ed era logico che essi popolassero territori sempre più lontani. Uscirono dalla Savana e si dispersero verso terre nuove e ignote. Nel compiere queste migrazioni egli si serviva soprattutto dei corsi d’acqua; infatti era soprattutto intorno alle zone bagnate da un corso d’acqua che viveva perché da questa era facile trovare sostentamento. Camminando lungo i fiumi dell’Africa era logico che prima o poi giungessero sulle rive di quella immensa massa d’acqua che è il Mediterraneo. Allora l’uomo non sapeva ancora andare per mare e per questo si sparpagliò lungo le rive migrando soprattutto verso destra andando a popolare alcune zone dell’Asia. Alcuni risalirono, a sinistra i territori che oggi sono della Spagna e della Francia e così via verso il Nord. Le migrazioni, così imponenti, erano consentite dal fatto che essendo un essere vincente,  poteva aumentare di numero in pochissimo tempo.
60-Migranti





L’Europa e l’Asia erano ormai popolate, o per lo meno lo erano i punti che erano più accessibili e permettevano una più facile sopravvivenza. Era diventato il padrone di buona parte della terra, ma non lo sapeva; ogni uomo viveva nel suo  piccolo gruppo e non aveva coscienza della provenienza dei suoi antenati. Durante queste migrazioni l’uomo si evolveva, si adattava agli ambienti che andava occupando e, dovunque, sottometteva ogni altro animale. Scopriva anche che, dove era freddo, bastava coprirsi con la pelle degli animali uccisi, per riscaldarsi. Scopriva che per ripararsi dalle intemperie, poteva costruirsi un rifugio. Ogni cosa che scopriva era un passo avanti verso il futuro. E’ necessario a questo punto spiegare come avvenivano queste migrazioni che, nel corso dei millenni,  hanno portato l’uomo ad estendere la sua ingombrante presenza  su tutte le terre emerse. Certo quegli ominidi che vivevano quattro milioni di anni fa in Africa e le loro successive generazioni non sapevano che stavano compiendo, passo dopo passo, degli spostamenti enormi. Essi andavano dovunque ci fosse la possibilità di trovare cibo e acqua; ed infatti si stabilivano prevalentemente lungo i corsi d’acqua e non era raro che ciascuna generazione rimanesse lì nei paraggi senza spostarsi gran che. Ma questi piccoli spostamenti, sommati per l’enorme numero di generazioni, risultavano essere molto consistenti. Se è vero che, per esempio, dal lago Turkana fino ad uno dei siti più antichi di Uomo eretto in Cina, 






vi sono quattordici mila chilometri da percorrere, è anche vero che, facendo solo cento metri al giorno, quella distanza si può percorrere in cinquecento anni. E’ certamente un discorso teorico, ma se si tiene conto che tra l’Uomo eretto africano e quello asiatico ci sono ottocento mila anni di differenza, si vede bene come ci sia stato tutto il tempo perché questi spostamenti potessero realizzarsi. Ma perché l’Uomo eretto si sposta? visto che lo fa senza saperlo, senza un preciso scopo, né per andare alla ricerca di nuovi mondi? I suoi viaggi erano semplicemente la somma di piccoli spostamenti legati alla casualità, alla ricerca di cibo e all’inseguimento di branchi di animali che si muovevano a causa di variazioni climatiche. Non solo, ma all’interno di quei gruppi di ominidi che andavano divenendo sempre più numerosi, si potevano generare delle conflittualità, per cui la caccia diventava più difficile e quindi più difficile reperire cibo. Alcuni del gruppo  capivano, allora, che era necessario allontanarsi, per trovare posti meno affollati dove la caccia e la ricerca del cibo non fosse ostacolata. Sebbene fosse necessario stare in compagnia per poter meglio sopravvivere, il numero di elementi del gruppo era necessario che fosse limitato in  modo che le bocche da sfamare  non fossero troppe.



61-Linguaggio




Tutte queste decisioni che gli ominidi erano in grado di prendere durante i loro spostamenti, erano dovute senz’altro al fatto che il loro cervello stava diventando via via sempre più complesso. E’ la prima rudimentale forma di intelligenza, un tantino diversa da quella degli animali, arricchita da quella capacità di essere autonomo dal gruppo e dall’ambiente, se le condizioni lo richiedono. La continua comunicazione di esperienze e la migliore organizzazione del gruppo consentivano all’uomo di prendere delle decisioni corali. In questa fase in cui la lotta per la sopravvivenza mette a dura prova le capacità dei singoli e del gruppo l’uomo non fa altro che utilizzare nella maniera più conveniente, la massa cerebrale, la quale  aveva conosciuto un notevole aumento fin da un’epoca remota che va da 700 a 230 milioni di anni fa. Per poter parlare di intelligenza nei termini in cui si è andata sviluppando negli ominidi, non era sufficiente avere una massa cerebrale notevole. 





Piuttosto era in gioco una questione di proporzioni tra varie zone del cervello; come è noto, infatti singole aree cerebrali presiedono a specifiche funzioni, ed è logico che lo sviluppo di una determinata zona porterà ad  una evoluzione della funzione presieduta da quella zona. Nei nostri ominidi cacciatori, lo sviluppo dell’intelligenza è andato di pari passo con lo sviluppo di quello strato esterno che si chiama corteccia, ed in particolare di quelle zone della corteccia che presiedono alle attività associative.Naturalmente gli esseri con maggiore intelligenza riuscivano a sopravvivere qualche anno in più rispetto agli altri, e ciò voleva dire procreare qualche figlio in più, o proteggere più a lungo la prole; il che significava rendere vincente un carattere genetico. L’uomo, utilizzando il cervello come arma di sopravvivenza, si trovò ad un certo punto a superare un limite oltre il quale l’intelligenza diventava un fattore di selezione, che doveva portare ad un rapido sviluppo delle qualità mentali.  Sembra che già 3 o 4 milioni di anni fa, con la nascita del bipedismo, sia iniziato quel processo di riorganizzazione dello strato esterno del cervello e di quelle aree destinate a svilupparsi quantitativamente e qualitativamente. Una trasformazione importante che ha portato poi alla acquisizione di un’altra arma è quella avvenuta a carico delle zone cerebrali sedi della formazione del linguaggio. Lo sviluppo di diverse zone cerebrali in vari stadi evolutivi ha determinato la formazione di un sistema in grado di presiedere  la funzione del parlare. Questa funzione comprende diverse fasi che vanno dall’intelligenza all’emotività, dalla capacità di codificare e di trasformare le parole in impulsi motori all’adattamento meccanico della laringe e delle corde vocali, Insomma, così come per arrivare alla stazione eretta è stata necessaria la graduale trasformazione di una serie di parti del corpo, analogamente per arrivare al linguaggio è stata necessaria una graduale trasformazione di una serie di parti del cervello e di taluni sistemi collegati, come appunto l’apparato vocale.
62-Neanderthal



Esiste infatti un’area del cervello, detta area di Broca che coordina i nervi che fanno muovere i muscoli della bocca della lingua della faringe. Questo centro è un po’ come il burattinaio che tira i fili sottostanti, facendo muovere come una marionetta tutto l’apparato vocale che produce i suoni. Un’altra area detta area di Wernicke è responsabile invece della organizzazione delle frasi dei discorsi, le grammatiche e i significati. Quindi da un lato c’è la creazione di idee, di pensieri di strutture di linguaggi, dall’altro la codificazione di queste idee in segnali motori che fanno agire l’apparato vocale. Questo apparato così complesso, ha preso a funzionare in maniera molto graduale, ed è stato un fattore molto importante  in quel processo evolutivo che doveva portare gli ominidi cacciatori a diventare esseri dotati di tutte le caratteristiche di un uomo moderno. E’ chiaro che l’utilizzo di un sistema di comunicazione interpersonale come il linguaggio fu una carta vincente per l’evoluzione dell’uomo; carta che in questa fase poteva utilizzare per comunicare, sia pure in maniera embrionale e abbozzata, con gli altri elementi del gruppo durante le battute di caccia. Potersi parlare,  capire le intenzioni dell’altro, significava  mettere in pratica quelle strategie necessarie per una caccia più proficua. E’ chiaro, pertanto, che quegli uomini che erano maggiormente in grado di utilizzare questa nuova tecnica risultavano vincenti e trasmettevano alla loro discendenza questo carattere genetico vincente. Come già detto, c’era una cosa che l’uomo faceva inconsapevolmente: i suoi spostamenti che, con gli anni e con il passare delle generazioni divennero sempre più consistenti, tanto che, ad un certo punto si trovò a varcare i confini della attuale Africa, per dirigersi, sempre cacciando e adeguandosi agli ambienti in cui si stabiliva, verso nuove ed ancora inesplorate terre. Nel giro di tre milioni di anni, la nostra storia comincia a cambiare scenario. Dopo questo lungo periodo di tempo, infatti, periodo fatto di continue e inconsapevoli migrazioni, cominciamo a vedere i primi uomini in Europa e in Asia. Qui gli ominidi, sotto l’influenza del clima più freddo, andavano assumendo connotati diversi da quelli dei loro progenitori africani. 





La pelle diventava più chiara per una minore necessità di difendersi dai raggi del sole che qui erano meno forti. Ormai il nuovo essere aveva colonizzato in un tempo enorme (tre milioni di anni) quasi tutta l’Asia e l’Europa. raggiungendo un livello abbastanza elevato di cultura e organizzazione sociale. Era questo l’Homo sapiens, l’essere più intelligente della terra. Questa trasformazione verso uomini sempre più evoluti avviene contemporaneamente tra 400 mila e 100 mila anni fa in Africa, dove, come vedremo, darà origine all’uomo moderno, e in Europa dove assistiamo all’ascesa, al trionfo e alla scomparsa dell’uomo di Neandertal. Quest’uomo nuovo, abbastanza simile per caratteristiche somatiche all’uomo moderno, e molto lontano da quello scimmione che viveva sugli alberi, possedeva già un notevole volume cerebrale ed era quindi abbastanza evoluto.

venerdì 29 aprile 2016


dove si parla della comparsa dell'uomo sulla terra e del complesso processo che ha dato luogo alla sua nascita graduale


55-Salto di qualità




L’evoluzione che prima era esclusivamente di tipo genetico, divenne così anche di tipo culturale; i due tipi di evoluzione presero ad influenzarsi a vicenda, imprimendo una velocità ancora maggiore ai cambiamenti responsabili del progresso del processo evolutivo. Saranno proprio i cambiamenti di tipo culturale a determinare il nuovo salto di qualità che permetterà ad una particolare linea evolutiva, quella dei primati, di imboccare la strada giusta per future ed importanti trasformazioni dell’organismo. Un ulteriore aumento della massa cerebrale e l’acquisizione di nuove trasformazioni anatomiche, una diversa postura, trasformazione delle masse muscolari e scheletriche, con relativi atteggiamenti e modi di rapportarsi con l’ambiente e con i propri simili, Tutti questi processi si verificarono qualche milione di anni anni fa. In una zona abbastanza circoscritta dell’Africa, esisteva una grande varietà biologica. C’erano animali della stessa specie che presentavano spesso diversità in alcuni particolari del loro corpo. A carico degli esseri allora più intelligenti, le scimmie. C’era un particolare tipo di Primati, che già aveva una postura tutta particolare, e diversa dalle altre scimmie esistenti sempre nella zona. Queste scimmie camminavano per lo più a quattro zampe ma lo facevano con difficoltà in quanto avevano degli arti posteriori più lunghi di quelli anteriori. Anche rispetto alle altre scimmie essi erano diversi. Camminando a quattro zampe presentavano la parte posteriore più rialzata rispetto al resto del corpo. Per questo motivo veniva loro naturale alzarsi spesso in piedi e fare dei passi dapprima piccoli, poi sempre più decisi, con il corpo alzato e gli arti anteriori penzoloni.



 Da questi esseri, grazie ad alcune trasformazioni radicali dell’ambiente in cui vivevano, non più giungla ma savana, e grazie al fatto che quel nuovo ambiente era loro congeniale, si sviluppò gradualmente un essere nuovo e mai visto prima, l’Uomo che resterà l’ultimo gradino della scala evolutiva fino ad oggi. L’unico essere che sia stato in grado di raggiungere uno stadio così elevato da non temere la concorrenza di altri animali. Questo nuovo essere non avrà rivali. Il suo successo, basato non più sulla semplice forza, come nel caso dei dinosauri, ma sulla intelligenza, sarà planetario ed indiscusso. Le capacità acquisite gli permetteranno di primeggiare nei confronti di tutte le altre specie, di sottometterle e di affermare in maniera sempre crescente la propria superiorità


56-Uomo



La  comparsa dell’uomo non è certo avvenuta dall’oggi al domani; c’è stato un lungo periodo di tempo in cui le foreste andavano popolandosi di ominidi, e cioè di esseri che somigliavano molto ai primati, ma che cominciavano ad avere i caratteri somatici del futuro uomo. Solo con la conquista della posizione eretta il nuovo essere aveva qualche chance in più di poter sopravvivere nel suo ambiente. L’espediente che egli usava non era quello della forza o della mole del suo corpo. Egli  ora si serviva della sua agilità; correva a due zampe e aveva soprattutto gli arti superiori liberi per portare con sé qualsiasi cosa potesse servirgli per recare offesa ai suoi nemici. Si arrampicava sugli alberi e usava gli arti superiori per prendere, lanciare, afferrare e tante altre azioni che potevano permettergli di combattere e lottare anche senza fuggire, anzi, addirittura inseguendo animali più grandi e più forti di lui.





Con la conquista della stazione eretta, numerose trasformazioni avvennero nel suo corpo, infatti un adattamento di questo tipo,  che non deve essere avvenuto in tempi brevi, richiese una serie di trasformazioni combinate, non solo del piede, ma di tutta l’architettura ossea. La caviglia, l’anca, il bacino, le vertebre, presero una conformazione idonea a permettere il nuovo (e alquanto buffo) sistema di procedere; il cranio aveva ancora caratteristiche scimmiesche, ed anche la sua capacità cerebrale era molto inferiore alla nostra. Da ciò si desume che questo essere non si sia alzato per poter avere le mani libere e poter usare utensili, in quanto la sua intelligenza era ancora  molto primitiva. Questa sarà una qualità che, acquisirà successivamente. Questo suo nuovo modo di procedere ebbe  influenza anche su notevoli modificazioni corporee a carico dei muscoli, delle articolazioni, del contenimento degli organi, del pompaggio del sangue al cervello, del sistema circolatorio e così via. Basti pensare al ridimensionamento dei muscoli del collo e quindi delle creste ossee delle vertebre cervicali che non avevano più il compito di sostenere la testa che, ormai si era spostata per rimanere come in equilibrio sulla colonna vertebrale. Basti pensare alla trasformazione del bacino, diventato, appunto, come una bacinella per poter contenere i visceri che avevano cominciato a pesare a causa della forza di gravità. Basti pensare al piede che deve sopportare tutto il peso del corpo e dove l’alluce, non avendo più funzione prensile, come nelle scimmie, si è riunito alle altre dita per poter assumere la funzione di spinta nella marcia e nella corsa. E’ evidente che tutti questi cambiamenti non possono essersi prodotti all’improvviso. Non è possibile, cioè, che, per una mutazione casuale, sia nato un individuo che, invece di camminare a quattro zampe abbia cominciato a camminare eretto.


 57-Bipedismo


Praticamente si tratta, di vere e proprie mutazioni genetiche che si sono accumulate per creare nel tempo un insieme di strutture armoniche e funzionali. Quello che rimane ancora oscuro è il motivo per cui questi esseri hanno subito una trasformazione così radicale; non si sa ancora quale sia stato il movente di un tale cambiamento. E’escluso che ciò possa essere avvenuto per dare loro la possibilità di usare le mani per manovrare gli arnesi. Il suo cervello era ancora troppo piccolo per inventarsi una rivoluzione culturale di tale portata. Questa semmai sarà stata una conseguenza, e non la causa, del bipedismo. Visto poi che il bipedismo è chiaramente poco conveniente, dal punto di vista energetico, rispetto al quadrupedismo, deve, per forza esserci stato qualche altro tipo di vantaggio, a proposito del quale le teorie avanzate sono molteplici ma difficilmente dimostrabili. Siamo nella savana africana, 2 milioni di anni fa. Un essere piccolo e dal corpo massiccio, cranio appiattito, faccia lunga e prominente, orbite grandi e rotonde, naso largo, dentatura voluminosa, si aggira alla ricerca di cibo. L’aspetto è brutale, il corpo vigoroso e pesante, la testa ossuta, le mascelle robuste. Esiste ancora una supremazia delle funzioni puramente vegetative e bestiali su quelle cerebrali. Egli non è solo, vive in gruppo, passa la notte sopra gli alberi dove si sente più al sicuro; all’alba, afferrandosi ai rami, comincia una lenta e circospetta discesa verso il terreno.





Il gruppo di ominidi si muove circospetto, spostandosi agilmente su due piedi, guardandosi continuamente intorno. Essi comunicano tra loro con brevi messaggi che vanno da un individuo all’altro. Non è un linguaggio articolato, ma vi è già un coordinamento nei suoni. La pelle di questi ominidi è di colore scuro, per proteggersi dal sole della savana; il viso, come l’intero corpo, non appare coperto di peli ma è piuttosto glabro. A  poca distanza dagli alberi c’è un lago al quale si avvicinano per bere. Alcuni lo fanno chinandosi ed immergendo le labbra nell’acqua, altri usano le mani come coppette. Tornati sotto gli alberi, prendono a raccogliere bacche dagli arbusti, frutti e tuberi; con una mano tengono stretto al petto il raccolto, con l’altra raccolgono il cibo. Alcuni si allontanano dal gruppo e vanno alla ricerca di altro cibo; dopo poco si imbattono in una carcassa di animale ucciso ma già quasi completamente spolpato. Ma non si perdono d’animo: cominciano a spaccarne le ossa per estrarne il midollo. Usano delle pietre che precedentemente hanno scheggiato  ottenendo un bordo tagliente. La mano di questi ominidi é ancora primitiva, però le sue ossa  rivelano una presa potente, anche se non precisa. Lo sviluppo successivo della massa cerebrale, consentirà una innervazione e quindi una elaborazione dei movimenti più ricca. Ma ecco un’altra carcassa, alcune iene e sciacalli stanno cominciando a farla a pezzi. Con urla, bastoni agitati in aria, lancio di sassi, mettono in fuga gli altri animali;  eccitati incominciano a  strappare pezzi di carne e a tagliare tendini servendosi di schegge taglienti ricavate  da pietre. La preda viene smembrata e in parte mangiata, ma soprattutto si portano via i pezzi di carne per il resto del gruppo.



58-Giornata tipo




Seguiti a distanza dalle iene gli ominidi si incamminano con carne, ossa, qualche tubero e poche uova tra le braccia. Quando avviene il ricongiungimento con il resto del gruppo sono tutti molto eccitati alla vista di quella caccia così fortunata. Urla, grida e scambio di messaggi gutturali. Tutto il cibo raccolto viene spartito tra i vari componenti del gruppo; questa è una cosa inedita per i primati e spiega uno dei segreti del successo di questi ominidi, quello appunto della cooperazione. Quando il sole sta per tramontare e il cielo si tinge di rosso, il gruppo si avvia a risalire sugli alberi e pian piano si affievolisce quel vocio che ha accompagnato ogni attività di questa arcaica umanità. Forse tra qualche giorno cambieranno zona alla ricerca di nuove fonti di cibo e nuovi alberi su cui dormire. Una giornata tipo di un gruppo di ominidi di 2 milioni di anni fa ci ha mostrato come quello strano scimmione avesse in realtà gran parte delle caratteristiche della specie Homo; la sua vita in comune, il suo nuovo modo di raccogliere il cibo e, soprattutto la cooperazione con gli altri elementi del gruppo, forse ce lo fanno sentire più vicino a noi. Sono passati ormai 2 milioni di anni dopo l’emergere del bipedismo e solo ora quello strano scimmione comincia a prendere sembianze e caratteristiche più vicine a quelle dell’uomo moderno; solo ora la lenta trasformazione delle mani, gli permette di attuare la prima importante rivoluzione tecnologica della Storia. L’uso degli strumenti, dopo averli egli stesso creati, permise loro di sviluppare ulteriormente l’ intelligenza e di cominciare ad agire sull’ambiente. Soprattutto l’uso della pietra voleva dire spaccare ad esempio le ossa degli animali senza aver bisogno di mascelle potenti; voleva dire scavare nel terreno, per estrarre radici e tuberi, senza aver bisogno di unghie possenti. E’ a questo punto che cominciano le pressioni selettive basate non più sulle qualità fisiche ma su quelle cerebrali.








 Non contano più la forza e la velocità, ma contano sempre più l’invenzione, il linguaggio e il comportamento. I caratteri del suo corpo stavano diventando vincenti e permettevano al nostro uomo una sopravvivenza più duratura perché alla agilità si sommava l’abilità. Lavorava di fino con quelle mani, creava oggetti, plasmava la creta, scheggiava i sassi battendoli l’uno contro l’altro, si costruiva tutto quello di cui aveva bisogno per difendersi e per offendere. Aveva, insomma diverse armi per procurarsi il cibo e quindi per vivere. Tutto ciò non faceva altro che aguzzare il suo “ingegno” se così si può chiamare. E’ qui che si inserisce un nuovo elemento nella storia evolutiva dell’Uomo. Egli capì che sarebbe stato più facile sopravvivere stando in un gruppo, piuttosto che stando da solo. E’ questa la fase in cui l’Uomo si diversifica totalmente dagli animali, con la graduale formazione di una coscienza. Man mano che il suo cervello aumenta la complessità delle interconnessioni neuronali, sotto l’impulso degli stimoli derivanti dalla sua lotta per la sopravvivenza, egli acquisisce una coscienza di sè, della propria  esistenza, di quello che andava facendo.


vorrei a questo punto fare una riflessione sul perchè questi avvenimenti si verificano proprio lì in Africa e non altrove e allora.... buona lettura




Perché proprio lì



Vi siete mai chiesti perché, sui libri di testo, la Storia parte sempre dallo stesso punto, da quella regione detta Mesopotamia, o terra tra due fiumi? Tanto grande è il mondo eppure la storia comincia sempre là, dove oggi c’è il martoriato Iraq, con Sumeri, Assiri, Babilonesi e prosegue poi con gli Egiziani fino ad arrivare ai Greci ed i Romani?. Perché tutto è iniziato da li? Questo mi sembra che i libri non lo hanno mai detto e continuano a non dirlo. Danno sempre per scontato che quella sia stata la culla delle prime civiltà, e poco o nulla dicono sul come e perchè l’uomo si sia trovato da quelle parti. Due notizie sull’uomo delle caverne e delle palafitte ed è tutto. Diecimila anni fa, praticamente ieri, un uomo che sostanzialmente era molto simile a noi ed era già in grado di organizzarsi in società abbastanza complesse e funzionali si trovava da quelle parti e fece quello che fece. In realtà quest’uomo si trovava da quelle parti perché i suoi antenati venivano dalla vicina Africa. Ma la domanda è sempre la stessa. Perché proprio da lì e non da un’altra zona? Perché proprio dall’Africa? La risposta viene da sé se ci muniamo di un mappamondo dove siano ben disegnati mari e continenti. Da esso si può capire che era quello il luogo più adatto dove i mammiferi, che si trovavano allora sul gradino più alto della scala evolutiva, avrebbero potuto dare origine a delle forme di vita ancora più evolute. Dunque sembra che sia tutta una questione di probabilità. Semplicemente, il posto dove è nato l’uomo era quello dove era  più probabile che nascesse. Andando, infatti, dai poli verso l’equatore, cambia il clima che da freddo secco diventa caldo umido. Con il clima ovviamente cambia anche la vegetazione. Dove fa freddo ci sono per lo più la tundra e la steppa, mentre all’equatore ci sono le foreste. E comunque dove c’è più vegetazione ci sono più erbivori e dove ci sono più erbivori c’è più opportunità di cibo per i carnivori. Insomma in pochi chilometri quadrati ai tropici c’è più vita che in tutta la tundra e la steppa messa insieme. Era logico che dove c’era più possibilità di vita ci fosse anche più possibilità che si evolvesse la specie umana. Tra i mammiferi che allora popolavano la terra e in special modo quella fascia a cavallo dell’equatore, c’erano le scimmie, strani esseri, diversi da molti altri mammiferi e dotate di una certa intelligenza, che finiva per sopperire alla loro scarsa forza. Viveva in gruppi non molto numerosi che erano regolati da  una certa organizzazione societaria. Le varietà scimmiesche erano tantissime, ciascuna con delle piccole variazioni a carico del corpo. Per chi ha presente il meccanismo che sta alla base della evoluzione è proprio la grande varietà che permette alla evoluzione stessa di andare avanti. C’era un tipo di scimmia, tra le tante, che aveva un particolare nella loro conformazione che risultò vincente, avevano, cioè, gli arti inferiori molto più lunghi rispetto a quelli superiori. Un errore di copia del patrimonio genetico, detto mutazione che però risultò vincente. Era chiaro, infatti, che con quella differenza in lunghezza tra arti anteriori e arti posteriori a queste scimmie risultasse difficile camminare a quattro zampe, come tutte le altre scimmie e tutti gli altri mammiferi.
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Ma questo particolare non sarebbe mai stato sufficiente per fare il grande balzo in avanti. Anche per questo passaggio evolutivo ha avuto grande importanza l’ambiente. Allora siamo in Africa due milioni di anni fa, e nel periodo in cui le scimmie si evolvono in omimidi si stanno verificando tutta una serie di modifiche ambientali. Il clima in quel punto sta cambiando, si asciuga e diventa più arido. In precedenza c’era stata una grande espansione delle foreste tropicali, grazie al clima umido. Ora questa espansione si arresta e le foreste si frammentano, lasciando qua e là il posto alle praterie erbose. Tutto ciò avviene grazie al fatto che la crosta terrestre era in precedenza sprofondata, nel corso di un tempo lunghissimo. Tale sprofondamento, compensato ai margini  della scarpata da innalzamento di alte montagne, iniziò 35 milioni di anni fa. Il risultato è oggi sotto gli occhi di chiunque sì reca in Africa, anzi è ancora in atto. Nel fondo di questa enorme scarpata o depressione che si estende per circa 6000 km in direzione nord-sud e che varia in larghezza dai 30 ai 100 km e in profondità da qualche centinaio a parecchie migliaia di metri, il clima cambiò lentamente e dalla giungla si passò alla savana. Non più foreste ma praterie erbose. I Primati, cioè quelle scimmie che vivevano sugli alberi e si spostavano volando di ramo in ramo, dovevano tentare di sopravvivere in questo nuovo ambiente, ma non ce la fecero e rimasero ai margini di questa enorme zona. Più fortunate invece furono quelle scimmie di cui abbiamo detto e che avevano una postura saltuariamente eretta. All’inizio però questa non fu una mossa vincente. Siamo in una epoca che va dai sei milioni di anni fa a un milione e mezzo di anni fa. A questo periodo appartengono tutta una serie di reperti ritrovati in varie zone dell’Africa che dimostrano l’esistenza di animali che camminavano su due piedi. Esseri che avevano tutti come origine quella comune dei primati ma che gradualmente si sono estinti, proprio perché erano più deboli di altri animali. Più lenti nella corsa rispetto a quelli capaci di usare le quattro zampe, soccombevano più facilmente. Il problema era quello di dare una occupazione a quelle due zampe anteriori che in alcuni animali, sempre cugini dei Primati, erano fatti in modo tale da essere inutili per la corsa. Questo problema si poteva risolvere solo se quegli animali, non più scimmie e non ancora uomini fossero riusciti a trovare il modo di utilizzare quei due arti ormai quasi liberi dalla deambulazione.
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Ora, già i cugini Primati, erano abbastanza ben forniti in quanto a cervello. Esse avevano, ed hanno tutt’ora, un cervello che pesava tra i trecento e i quattrocento grammi. Per la prima volta un animale di taglia medio piccola aveva un cervello così grande. I primi ominidi, tra cui i più importanti, detti Australopitechi, con una stazione pseudo eretta e una andatura un poco goffa, ma già con un cervello da  cinquecento grammi. Era quindi solo questione di tempo e il cervello di questi esseri avrebbe trovato la soluzione giusta per garantirsi la sopravvivenza. Un fatto però è certo che questi esseri, contrariamente a quanto si credeva in passato, non si sono alzati in piedi per poter avere le mani libere da usare a modo loro. Hanno invece cominciato a fare delle cose con le mani, a lanciare pietre e via dicendo perché avevano già le mani libere, e le mani le avevano libere perché camminavano in piedi. Nella Savana quell’essere  cominciava la sua lenta trasformazione verso forme più evolute. Intanto sbarcava il lunario cercando di sopravvivere, si riproduceva e, come facevano gli animali prima di lui, si spostava in continuazione alla ricerca di posti più sicuri e comodi dove sostare. Poiché le trasformazioni che avvenivano in lui erano vincenti e le sue caratteristiche gli permettevano di primeggiare nella rivalità con gli altri animali, il numero di questi esseri aumentava a dismisura ed era logico che essi popolassero territori sempre più lontani. In poche parole, passato un primo momento in cui fuggire con due zampe davanti ad un predatore che correva con quattro non era certo vincente, venne un secondo momento in cui questi esseri a due zampe impararono grazie ad un cervello più voluminoso, cosa fare con le mani libere dalla corsa. E le parti si invertirono. Il nostro uomo da preda divenne predatore. Sembra poco, ma le mani potevano servire all’uomo per scacciare dei predatori, lanciando pietre o bastoni, per tramortire una preda veloce, ma sorpresa a brucare l’erba, colpendola al capo prima che fosse in grado di fuggire, e popi queste ex scimmie non ancora uomini cacciavano in gruppo ed era tutta un’altra cosa. Quelle mani libere, poi, avrebbero fatto tante altre cose, stimolate da un cervello ormai in rapida evoluzione. Ma tutto questo succedeva mentre al seguito di mandrie di animali o lungo il corso dei fiumi, gli ominidi e poi gli uomini si spostavano e risalivano il continente alla ricerca di nuovi territori e nuive prede. Ma, prima di allontanarci dal posto in cui questa storia è iniziata, fotografiamolo questo posto che ha visto il lento e graduale atto di nascita dell’uomo. I paleontologi sono oggi sicuri nell’affermare, in quanto sono state fatte scoperte che non lasciano adito a dubbi, che i primi ominidi deambulanti con due piedi siano vissuti circa  4 milioni di anni  fa in una zona a sud nel parco del Serengeti in Tanzania nel cuore della Savana Africana. Infatti nel 1978 alcuni paleontologi scoprirono nel terreno, le impronte fossili di esseri bipedi del tutto simili a quelle dell’uomo di oggi. Siamo a Laetoli e queste impronte, arrivate fino a noi perché impresse su un alto strato di cenere vulcanica e successivamente ricoperte da altra cenere, sono importanti in quanto ci mostrano che a quel tempo esistevano già esseri perfettamente bipedi. Da queste impronte si deduce che il modo di camminare di questi ominidi era del tutto simile al nostro, con gli stessi punti di appoggio e l’arco plantare  sollevato, l’alluce allineato e non divaricato. Dalla lunghezza della falcata dei passi e dalla profondità delle orme stesse, se ne deduce che si tratta di due ominidi di 130 cm di altezza che procedevano l’uno dietro l’altro. Fu così che questi ominidi uscirono dalla Savana e si dispersero verso terre nuove e ignote. Nel compiere queste migrazioni egli si serviva soprattutto dei corsi d’acqua; infatti era soprattutto intorno alle zone bagnate da un corso d’acqua che viveva perché da questa era facile trovare sostentamento. Camminando lungo i fiumi dell’Africa era logico che prima o poi giungessero sulle rive di quella immensa massa d’acqua che è il Mediterraneo. Allora l’uomo non sapeva ancora andare per mare e per questo si sparpagliò lungo le rive migrando soprattutto verso destra andando a popolare alcune zone dell’Asia. Alcuni risalirono, a sinistra i territori che oggi sono della Spagna e della Francia e così via verso il Nord.
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C’è da dire però che, certamente, il Mediterraneo di quell’epoca non era come quello di oggi. I fondali in alcuni punti non erano assai profondi come oggi e le coste non avevano lo stesso disegno odierno. La presenza lungo le coste dello Ionio e della Sicilia di insediamenti preistorici (Matera, Ispica)possono farci intuire che non sia stato tanto difficile per i nostri uomini attraversare il mediterraneo di allora. Le migrazioni, così imponenti, erano consentite dal fatto che essendo un essere vincente,  poteva aumentare di numero in pochissimo tempo. L’Europa e l’Asia erano ormai popolate, o per lo meno lo erano i punti che erano più accessibili e permettevano una più facile sopravvivenza. Era diventato il padrone di buona parte della terra, ma non lo sapeva; ogni uomo viveva nel suo  piccolo gruppo e non aveva coscienza della provenienza dei suoi antenati. Durante queste migrazioni l’uomo si evolveva, si adattava agli ambienti che andava occupando e, dovunque, sottometteva ogni altro animale. Scopriva anche che, dove era freddo, bastava coprirsi con la pelle degli animali uccisi, per riscaldarsi. Scopriva che per ripararsi dalle intemperie, poteva costruirsi un rifugio. Ogni cosa che scopriva era un passo avanti verso il futuro. E’ necessario a questo punto spiegare come avvenivano queste migrazioni che, nel corso dei millenni,  hanno portato l’uomo ad estendere la sua ingombrante presenza  su tutte le terre emerse. Questi piccoli spostamenti infatti, sommati per l’enorme numero di generazioni, risultavano essere molto consistenti. Se è vero che, per esempio, dal lago Turkana fino ad uno dei siti più antichi di Uomo eretto in Cina, vi sono quattordici mila chilometri da percorrere, è anche vero che, facendo solo cento metri al giorno, quella distanza si può percorrere in cinquecento anni. E’ certamente un discorso teorico, ma se si tiene conto che tra l’Uomo eretto africano e quello asiatico ci sono ottocento mila anni di differenza, si vede bene come ci sia stato tutto il tempo perché questa inconsapevole conquista del globo potesse realizzarsi. Ma perché l’Uomo eretto si sposta? visto che lo fa senza saperlo, senza un preciso scopo, né per andare alla ricerca di nuovi mondi? Tutto era legato alla casualità, alla ricerca di cibo e all’inseguimento di branchi di animali che si muovevano a causa di variazioni climatiche. All’interno di quei gruppi di ominidi che andavano divenendo sempre più numerosi, si potevano generare delle conflittualità, per cui la caccia diventava più difficile e quindi più difficile reperire cibo. Alcuni del gruppo  capivano, allora, che era necessario allontanarsi, per trovare posti meno affollati dove la caccia e la ricerca del cibo non fosse ostacolata. Sebbene fosse necessario stare in compagnia per poter meglio sopravvivere, il numero di elementi del gruppo era necessario che fosse limitato in  modo che le bocche da sfamare  non fossero troppe. Tutte queste decisioni che gli ominidi erano in grado di prendere durante i loro spostamenti, erano dovute senz’altro al fatto che il loro cervello stava diventando via via sempre più complesso. E’ la prima rudimentale forma di intelligenza, un tantino diversa da quella degli animali, arricchita da quella capacità di essere autonomo dal gruppo e dall’ambiente, se le condizioni lo richiedono. La continua comunicazione di esperienze e la migliore organizzazione del gruppo consentivano all’uomo di prendere delle decisioni corali. Ormai da tempo l’uomo utilizzava il suo cervello per la sopravvivenza inventando e creando quegli strumenti necessari per cacciare, mettendo in atto tutte quelle astuzie e strategie necessarie per avere la meglio nei confronti di qualsiasi animale senza esserne sopraffatto. In questa fase in cui la lotta per la sopravvivenza mette a dura prova le capacità dei singoli e del gruppo l’uomo non fa altro che utilizzare nella maniera più conveniente, la massa cerebrale, la quale  aveva conosciuto un notevole aumento fin da un’epoca remota che va da 700 a 230 milioni di anni fa. Ma  non era sufficiente avere una massa cerebrale notevole. Era soprattutto in gioco una questione di qualità, di proporzioni tra varie zone del cervello. C’era poi, un altro elemento che favoriva il prevalere di questi ominidi rispetto agli altri mammiferi. Semplicemente gli ominidi che avevano un pò più di intelligenza riuscivano a vivere magari qualche anno in più: ciò voleva dire procreare qualche figlio in più, o proteggere più a lungo la prole e quindi aumentare in proporzione il numero dei discendenti. In definitiva questo significava rendere vincente un carattere genetico. Questi nuovi esseri avevano pertanto delle nuove qualità mentali, tutte racchiuse nei 2 soli millimetri di spessore della corteccia. Questo avveniva 3 o 4 milioni di anni fa, con la nascita del bipedismo.
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Un’altra trasformazione importante che ha portato poi alla acquisizione di un’altra arma è quella avvenuta a carico delle zone cerebrali sedi della formazione del linguaggio. Lo sviluppo di diverse zone cerebrali in vari stadi evolutivi ha determinato la formazione di un sistema in grado di presiedere  la funzione del parlare. Questa funzione comprende diverse fasi che vanno dall’intelligenza all’emotività, dalla capacità di codificare e di trasformare le parole in impulsi motori all’adattamento meccanico della laringe e delle corde vocali. Così come per arrivare alla stazione eretta è stata necessaria la graduale trasformazione di una serie di parti del corpo, analogamente per arrivare al linguaggio è stata necessaria una graduale trasformazione di una serie di parti del cervello e di taluni sistemi collegati, come appunto l’apparato vocale. Anche il linguaggio fu una carta vincente per l’evoluzione dell’uomo; carta che in questa fase poteva utilizzare per comunicare, sia pure in maniera embrionale e abbozzata, con gli altri elementi del gruppo durante le battute di caccia. Potersi parlare, capire le intenzioni dell’altro, significava  mettere in pratica quelle strategie necessarie per una caccia più proficua. L’utilizzo di questa tecnica di comunicazione era, pertanto, alla base della cooperazione durante la caccia che, per i nostri ominidi era l’occupazione principale e fonte di sostentamento, specie se si trattava di tendere trappole a grossi animali o ad animali che vivevano in branchi. Nel giro di tre milioni di anni, la nostra storia comincia a cambiare scenario. Dopo questo lungo periodo di tempo, infatti, periodo fatto di continue e inconsapevoli migrazioni, cominciamo a vedere i primi uomini in Europa e in Asia. Qui gli ominidi, sotto l’influenza del clima più freddo, andavano assumendo connotati diversi da quelli dei loro progenitori africani. La pelle diventava più chiara per una minore necessità di difendersi dai raggi del sole che qui erano meno forti. Questi tre milioni di anni hanno profondamente modificato in termini di complessità il cervello; l’intelligenza è diventata più viva, mentre profonde modifiche erano avvenute a carico della mano che, dal momento che era libera dall’impegno della deambulazione, poteva assumere le caratteristiche necessarie  per assolvere ai suoi nuovi compiti. Tutto ciò permise a quegli esseri ancora molto scimmieschi, che vivevano sugli alberi, di diventare sempre più abili nel lavorare la pietra, nel cacciare, nel domesticare il fuoco, organizzando in modo sempre più complesso la loro vita sociale e di gruppo. Altro passo avanti è dato dal passaggio da un linguaggio di tipo quasi scimmiesco fatto di suoni, ad uno più articolato e raffinato, capace di esprimere concetti, astrazioni e cultura. Ormai il nuovo essere aveva colonizzato in un tempo enorme (tre milioni di anni) quasi tutta l’Asia e l’Europa. raggiungendo un livello abbastanza elevato di cultura e organizzazione sociale. Era questo l’Homo sapiens, l’essere più intelligente della terra. Questa trasformazione verso uomini sempre più evoluti avviene contemporaneamente tra 400 mila e 100 mila anni fa in Africa, dove, come vedremo, darà origine all’uomo moderno, e in Europa dove assistiamo all’ascesa, al trionfo e alla scomparsa dell’uomo di Neandertal. Quest’uomo nuovo, abbastanza simile per caratteristiche somatiche all’uomo moderno, e molto lontano da quello scimmione che viveva sugli alberi, possedeva già un notevole volume cerebrale ed era quindi abbastanza evoluto. Addirittura  quest’uomo, non ancora sapiens, era molto intelligente e ciò era dovuto al fatto che tra i 100 mila e i 35 mila anni fa in Europa c’erano condizioni climatiche proibitive in quanto era tempo di glaciazione. Le difficili condizioni  fecero, probabilmente, aguzzare l’ingegno agli uomini, alla perenne ricerca di continue soluzioni  per sopravvivere in un ambiente tanto ostile. Le glaciazioni, insomma, sarebbero diventate un fattore di accelerazione evolutiva.
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Circa 20 mila anni fa in  Europa avvenne, il cambio della guardia con il Sapiens sapiens, uomo del tutto simile a noi per caratteristiche somatiche e per potenziale intellettivo. La sostanziale differenza stava nel fatto che fino ad allora l’uomo sapeva, mentre il sapiens sapiens sapeva di sapere. Aveva acquisito cioè una coscienza. Questo nuovo essere, molto simile a noi, probabilmente era gia presente in Africa 100 o 130 mila anni fa, ma circa 50 mila anni fa seguendo le orme dei suoi antenati  dall’Africa si portò in Medio Oriente e quindi in Asia (40 mila anni fa) dalla quale successivamente si diffuse in Europa soppiantando il Neandertal. Sempre dall’Asia raggiunse 30 mila anni fa l’Australia e le terre dell’Estremo Oriente, mentre 12 mila anni fa riuscì a portarsi in Alaska, dalla quale dilagò nell’attuale Canada, Stati Uniti e America centrale e del Sud. Quando la conquista del globo era avvenuta, i primi insediamenti di uomini del tutto simili a noi, dediti ormai non più solo alla caccia ma anche alla agricoltura e all’allevamento del bestiame si erano formati in Mesopotamia. Qui, in questa che era la prima regione fertile incontrata nel corso degli spostamenti, mentre nel resto del globo si continuava a cacciare solamente, per poter sopravvivere, alcuni uomini pensarono che invece di stare sempre alla ricerca del cibo, forse era più facile crearselo da sé. L’agricoltura era proprio questo e solo una mente capace poteva capirlo. Come anche solo un tale tipo di cervello poteva capire che domesticare alcuni animale conosciuti nel corso delle battute di caccia poteva essere utile per ottenere sostentamento. Ma per poter fare tutto ciò era necessario porre fine al peregrinare, al nomadismo, diventare stabili e sedentari creando ripari e villaggi necessari per le riserve di cibo e per ripararsi. Ne derivava una maggiore sicurezza e la nascita di una vita sociale. Altrove nel globo, più tardi nel tempo, sarebbe successo lo stesso, basta pensare alla civiltà Cinese, i Maya, gli Atzechi, che sorsero in siti lontanissimi da quello in cui sorsero le prime civiltà Queste civiltà ebbero la loro sorte, ma indubbiamente la storia dell’uomo comincia proprio in Mesopotamia. 




venerdì 25 marzo 2016



Dove si parla delle nuove tecniche di caccia e della esplosione di forme che avviene sul nostro pianeta. tutti animali molto più intelligenti rispetto a quelli precedenti.



51-Nuove tecniche



Con il progredire della scala evolutiva, il cervello è aumentato, oltre che di volume, anche nella sua complessità e si è affermato come centrale di comando e cabina di guida. Negli animali ogni stimolo ha sempre provocato una reazione basata sulla capacità dell’animale di reagire come la memoria genetica gli aveva insegnato. Ma a questo punto qualcosa comincia a cambiare. E naturalmente lo si nota subito nel modo del tutto nuovo di cacciare degli animali. Adottare nuove tecniche di caccia, appena un poco più raffinate dei ciechi assalti dei predatori precedenti, richiese certamente la presenza di nuove connessioni neuronali a livello cerebrale, con la relativa formazione di nuovi centri nervosi e conseguente aumento del volume cerebrale. Infatti quello che colpisce ora, è la capacità acquisita dal predatore di porre un certo freno ai propri istinti. Esso infatti agisce all’inizio in preda ai soli istinti, ma poi adotta una tecnica di attesa sicuro che in breve tempo il grosso erbivoro si accascerà al suolo e morirà. Questo nuovo e importantissimo fattore  che si inserisce a livello cerebrale, determina, nei mammiferi un salto di qualità. Più tardi, quando i predatori saranno di piccola e media taglia le cacce verranno condotte raramente da singoli predatori, ma quasi sempre in gruppo, il che richiederà dei coordinamenti tra singoli e quindi sarà necessario attivare nuovi centri nervosi capaci di coordinare i movimenti e gli assalti anche in relazione agli altri elementi del gruppo. Di fronte a branchi di erbivori di grossa taglia sarà necessario operare una scelta della preda più facile da abbordare e colpire (piccoli o malati). Siamo senz’altro di fronte a dei comportamenti più elaborati i quali hanno bisogno, per essere attuati, di centri nervosi specifici. I crani, infatti aumentano le loro dimensioni per accogliere una massa cerebrale in espansione. La parte originaria del cervello, sede degli istinti  e delle memorie antiche, che per tanto tempo è rimasta nuda all’interno della scatola cranica va rivestendosi di una pellicola che prenderà il nome di corteccia cerebrale e che aumenterà progressivamente il proprio spessore. 



E' evidente la corteccia cerebrale sede dell'intelligenza


Possiamo dire che con la formazione di questa nuova porzione del cervello gli animali si fanno più intelligenti, cosa che avviene, in maniera molto graduale, grazie ad un meccanismo  innescatosi ai primi successi ottenuti da queste nuove soluzioni evolutive e secondo cui l’apprendimento di sempre nuove soluzioni determinerà un aumento delle capacità di fare, e le capacità acquisite determineranno un maggiore apprendimento. Un circolo virtuoso, insomma, che si risolverà con la nascita, di volta in volta, di esseri sempre più intelligenti che avranno, nei loro crani dei cervelli via via sempre più grandi. I due elementi che contribuiscono ad alimentare questo circolo virtuoso sono, appunto, i comportamenti innati e il fattore ambientale; infatti nella vita degli animali c’è sempre un misto di comportamenti istintivi, non appresi, e di comportamenti frutto di apprendimento e di interrelazione con l’ambiente che lo circonda, specialmente durante il primo periodo della vita.


52-Fantasia




Lo sviluppo della massa cerebrale mai prima d’ora era stato così rapido, e sarà più o meno veloce a seconda dei rami evolutivi. In un periodo di tempo che va da 30 a 2 milioni di anni fa, l’evoluzione si è quasi divertita a creare una serie infinita di forme; apparizioni e scomparse rapide, trasformazioni, estinzioni, cambiamenti; sono storie di mammiferi vissuti in questo periodo; dalle forme più strane e diverse, che sembrano dei montaggi di vari pezzi presi da animali diversi. Ci sono stati anche tentativi di tornare alle dimensioni che furono proprie dei dinosauri, ma questi esseri si sono presto estinti. C’è stato una specie di incrocio tra un cavallo, un orso, e un gorilla con artigli enormi; una specie di cammello con una piccola proboscide e le zampe da rinoceronte; una specie di elefante dotato di una pala al di sotto delle zanne e della proboscide; folli montaggi che la natura si è divertita a costruire, quasi avesse sbrigliato la sua infinita fantasia alla ricerca delle soluzioni più adatte.




animali strani dopo i dinosauri

 In realtà ricordiamo sempre che in natura niente è senza scopo: ogni organo, ogni caratteristica corrisponde a una funzione, a un adattamento. La fantasia, lo abbiamo visto più volte, è al servizio della selezione naturale, per proporre continuamente nuove soluzioni, con montaggi sempre diversi, premiati o puniti dall’ambiente. E infatti tanta fantasia  e i numerosi tentativi messi in atto tramite il meccanismo della selezione naturale, in questo periodo darà i suoi frutti e, finalmente, porterà alla nascita di gran parte di quella fauna che ancora oggi popola il nostro pianeta. Nascono elefanti, cammelli, delfini, cervi, cavalli, pipistrelli, scimmie, talpe, orsi, formichieri, maiali, foche, giraffe, e numerosi altri dei cosiddetti animali moderni che si sommeranno a quelli di origine più antica. L’elemento comune in tutto questo fervore creativo è stato senz’altro l’aumento della massa cerebrale, con relativo aumento della intelligenza. In tutta questa varietà di animali cosiddetti moderni, infatti abbondano quelli dotati di una notevole vita sociale e di gruppo. Sarà questa la nuova soluzione adottata da animali predatori che durante la caccia si trovano a dover assalire animali erbivori a volte molto più grandi di loro. Essi capiscono che da soli non potrebbero ottenere grossi successi e, probabilmente sarebbero destinati ad uscire malconci  dalla battuta di caccia, se non a soccombere.


53-Esperienze




Nei mammiferi superiori, grazie all’enorme sviluppo della massa cerebrale i genitori adottano nuove tecniche per insegnare ai cuccioli la caccia. Essi, infatti, spendono molto tempo nelle cure parentali, in seguito alle quali il cucciolo impara a cacciare, impara a riconoscere gli animali da cacciare e tutte le finezze o astuzie necessarie per ottenere il raggiungimento dello scopo. I mammiferi ormai hanno scoperto anche che agire in gruppo costituisce una via più semplice per uccidere animali altrimenti irraggiungibili; anche se poi, alla fine della caccia, si è costretti a dividere il bottino. Tutto ciò fa parte del bagaglio delle esperienze che l’animale incamera nei suoi centri cerebrali e costituisce stimolo per un ulteriore sviluppo della massa cerebrale. Ma la caccia in comune è senza dubbio una delle fasi più spettacolari della vita sociale di alcuni animali; in realtà essa è solo uno degli aspetti della loro socialità. Una socialità che ritroviamo a diversi livelli di complessità a seconda che si tratti di animali più o meno evoluti. Intesa come una spinta, o attrazione, o impulso dell’individuo, iscritta nel proprio codice genetico. 


Le api sono animali altamente sociali

La socialità negli animali si può ritrovare in uno sciame di api, in un banco di pesci, in uno stormo di uccelli, in un branco di lupi o di cervi. Alla base di questo comportamento sociale sta la comunicazione tra gli individui, cioè il passaggio da individuo e individuo di informazioni comportamentali. Questa sorta di “trasmissione culturale” si basa, appunto, sull’apprendimento, all’interno dei gruppi sociali, di tutta una serie di comportamenti, che vengono ripetuti grazie a meccanismi di imitazione e che costituiranno una forma di tradizione culturale. Questa tradizione diventerà patrimonio della popolazione e sarà tramandata anche alle generazioni seguenti. Ecco pertanto che all’interno di alcune specie animali, ad elevato grado di socialità, all’eredità genetica si sommerà l’eredità culturale, anche essa sottoposta a evoluzione e controllata dalla selezione naturale. Qualsiasi comportamento, sia che venga trasmesso per via genetica, sia che venga tramandato per via culturale, si diffonderà nella specie solo se faciliterà, negli individui e quindi nel gruppo, la possibilità di adattarsi all’ambiente. Nella trasmissione culturale esiste inoltre l’equivalente della mutazione, operante a livello di trasmissione genetica. Si tratta di invenzioni innovative del comportamento che di solito vengono attuate da individui giovani, i quali le hanno apprese per via intuitiva durante il gioco o l’esplorazione. La capacità di porre in atto delle variazioni di comportamento grazie all’intuito, già denota, all’interno del gruppo un grado di intelligenza superiore. Queste variazioni, che, evidentemente non saranno casuali come le mutazioni, verranno immediatamente trasmesse al resto del gruppo che adotterà tale comportamento. La generazione seguente apprenderà le informazioni culturali comprensive di quelle variazioni che i predecessori avranno adottate.




 54-Innovazioni




Le innovazioni culturali, sono, al pari delle mutazioni genetiche, il motore della evoluzione delle varie specie animali. Alla base della comunicazione interna alle società animali, esiste tutta una serie di comportamenti che gli animali si comunicano e che servono per trasmettere agli altri le proprie esperienze. Oltre a rumori e suoni, vi sono anche degli atteggiamenti della postura, modi cioè di atteggiare il proprio corpo o parti del proprio corpo, che comunicano agli altri elementi del proprio gruppo, i sentimenti più vari. L’intimidazione o la subordinazione, per esempio, viene comunicata durante la lotta, da un elemento all’altro, assumendo diversi atteggiamenti del corpo.


Un cane con le orecchie dritte comunica aggressività

 Il cane o il lupo comunicano agli altri le proprie intenzioni facendo assumere alla coda e alle orecchie posizioni diverse. L’ape operaia, una volta individuata una sorgente di cibo, riesce a comunicare alle altre api, mediante una danza particolare, la direzione geografica della sorgente stessa. I vari esempi di corteggiamento, che in alcune specie sono delle vere e proprie danze, che precedono l’accoppiamento. Il muflone che, mentre bruca l’erba, smette all’improvviso, riesce a comunicare al resto del gruppo la presenza di qualcosa di nuovo o, forse, di pericoloso, per cui tutti smettono di brucare. Il camoscio che protende il collo di fronte al dominante per indicare sottomissione. I richiami di allarme dei vari uccelli, gli atteggiamenti di tenerezza di alcuni mammiferi nei confronti dei propri piccoli; i richiami dei delfini o dei cetacei. I metodi ritualizzati della lotta tra maschi di varie specie, utilizzati per stabilire la dominanza. La capacità di alcuni mammiferi di attuare un’ampia gamma di espressioni facciali. Una femmina di lupo che lecca il muso della predominante per indicare sottomissione, o i cuccioli di lupo che toccano il muso per richiedere il cibo, Si potrebbe continuare all’infinito con atteggiamenti più o meno complessi, facenti parte del bagaglio culturale e genetico dei vari animali e che vengono usati dagli stessi per trasmettere sensazioni e per comunicare agli altri elementi del gruppo le proprie intenzioni. Ma è nella misura in cui questi messaggi vengono recepiti dagli altri che si attua la comunicazione e quindi l’apprendimento sociale dei singoli. E’ nella misura in cui i singoli componenti del gruppo apprendono sempre nuovi insegnamenti e si applicano a dare delle risposte adeguate a questi stimoli esterni di tipo culturale, che la totalità del gruppo trova ulteriori stimoli per progredire a livello culturale e trasmettere tali progressi. L’ultima soluzione utile, quindi, in ordine di tempo, adottata dagli animali che sono stati in grado di farlo, è stata quella consistente in un aumento veloce e progressivo della massa e del volume cerebrale. Questa strada si rivelò subito piena di sorprese e di soluzioni vincenti, in quanto portava alla formazione di nuovi centri cerebrali e connessioni nervose sempre più fitte e intricate, in grado di dirigere l’animale verso atteggiamenti e comportamenti sempre più raffinati.

mercoledì 24 febbraio 2016



dove si parla della discesa in campo di un nuovo elemento che caratterizzerà i nuovi protagonisti di questa storia: dalle taglie più contenute ma muniti di un nuovo cervello che permetterà loro di avere comportamenti innovativi.


48-Sguardi vuoti



Dieci milioni di anni sono un periodo di tempo sufficiente per permettere un rapido sviluppo evolutivo delle masse ossee e muscolari, e passare dallo scoiattolo al rinoceronte, ma insufficiente per permettere un aumento di volume del cervello, e quindi della intelligenza. Gli sguardi vuoti di questi animali sono la prova della loro stupidità; certo la loro vita è priva di stimoli, non hanno competizione per il cibo, nè predatori che possano impensierirli e, comunque, indurre comportamenti intelligenti. Corpo massiccio, carattere pacifico, protuberanze sul capo, zampe tozze, acquartierato preferibilmente tra pozze d’acqua e terraferma, il futuro rinoceronte sarà l’animale verso cui convergeranno diverse linee evolutive che si incroceranno e sovrapporranno, permettendo in futuro anche un discreto sviluppo della massa cerebrale. E infatti d’ora in poi ci sarà un progressivo aumento di intelligenza anche negli erbivori che, pur continuando a soccombere, metteranno a dura prova le capacità dei predatori. Sarà ben poca cosa, ma la lotta per la sopravvivenza diventerà sempre più difficile e dura. Così 30 milioni di anni fa esistevano dei predatori con una tecnica di caccia che ci fa capire come i rapporti tra prede e predatori stessero gradualmente cambiando. Gli erbivori, cioè le prede, cercavano con la loro mole, di intimorire o scoraggiare il predatore dallo sferrare un attacco. Essi istintivamente sapevano di non poter avere la meglio, ma che, con un calcio ben assestato potevano sperare in una rinuncia del predatore. Il predatore, dal canto suo, dopo aver sferrato un attacco, era capace di frenare i suoi istinti e attendere che la vittima designata morisse dissanguata. Come al solito, una storia cruenta ma fa parte del gioco dell’esistenza che, per quanto crudele, è necessario e soprattutto finalizzato al proseguimento della vita. Essa si perpetua solo con il sacrificio dei più deboli, dei meno adatti, che permetteranno ai più forti di continuare sulla strada dell’esistenza.



un cervello più grande permette al tirannosauro di avere nuovi comportamenti nella caccia

 Ma la caccia stava diventando più raffinata, rivolta soprattutto ad elementi di un branco non in grado di opporre resistenza perché giovani o malati.. Oggi un leone aggredisce animali di piccola e media taglia (al massimo un bufalo), che possono essere immobilizzati e soffocati, e tralasciano le fortezze viventi della savana, come gli elefanti i rinoceronti e gli ippopotami. C’è poi il moderno sistema di cacciare in gruppo, adottato da diversi predatori moderni che rappresenta il massimo della raffinatezza in una attività come la caccia che sta alla base della sopravvivenza di ciascun essere vivente. Una escalation, quindi, nel modo di cacciare, a partire da un sistema guidato da pura e cieca violenza, per arrivare ad un sistema estremamente complesso fatto di assalti consapevoli condotti in base a precise regole, sempre finalizzate al raggiungimento dello scopo rischiando il meno possibile. Ciò denota che la evoluzione degli animali sta avvenendo di pari passo con una evoluzione a livello cerebrale, responsabile delle variazioni dei comportamenti.



49-Cabina di regia



L’evoluzione dei comportamenti degli animali, e in primo luogo della caccia, ci fa capire che la massa cerebrale sta subendo delle trasformazioni. Infatti nel cervello dove si trova la cabina di regia e dove si decide la condotta da seguire e il modo di reagire agli stimoli, stanno avvenendo trasformazioni epocali che porteranno i mammiferi ad occupare moltissime nicchie disponibili e a popolare l’intero pianeta. In questa cabina si gioca insomma il futuro dei futuri esseri che popoleranno il pianeta. Se il regista si fa più esigente, le risposte ai suoi comandi variano di conseguenza, e i comportamenti sono più complessi. I ritrovamenti fossili dei crani degli animali dimostrano che vi è stato un graduale aumento del volume del cervello, man mano che si è saliti nella scala dell’evoluzione. In realtà si tratta di un processo che ha preso inizio nel momento in cui, nella storia del processo evolutivo, presero a specializzarsi alcune cellule di forma filamentosa, di collegamento tra superficie esterna e i muscoli, capace di condurre, quasi fossero dei fili elettrici, uno stimolo in grado di provocare una reazione  da parte del muscolo. Questa reazione altro non era che una contrazione e relativo rilasciamento in grado di determinare il movimento di tutta la struttura pluricellulare. Ricordiamo che simili strutture, già abbastanza complesse, nella loro apparente semplicità, erano in dotazione, 600 milioni di anni fa, a meduse, idre e attinie che già allora popolavano gli oceani. In questi esseri viventi i filamenti nervosi andavano a formare un sistema intricato che rispecchiava la loro simmetria raggiata. Lo scopo di queste reti era senz’altro quello di fornire un coordinamento d’insieme ai movimenti. 



gangli nervosi


Con il progredire dell’evoluzione, in alcuni punti di queste fitte reti nervose si svilupparono dei cosiddetti gangli, cioè delle matasse di cellule nervose che avevano la funzione di veri e propri centri di coordinamento degli impulsi e relative risposte; essi serviranno a moltiplicare le capacità di coordinazione dei movimenti degli animali. Negli esseri viventi che affollavano i mari poco più di 500 milioni di anni fa, cominciano ad assumere importanza le matasse cerebrali in via di formazione a livello della testa. In essa, essendo la parte che esplora l’ambiente, si vanno concentrando anche gli organi di senso; vista, odorato, gusto e udito. Le forme marine che abbiamo incontrato durante il Cambriano erano quindi dotate di un cervello appena abbozzato, sotto forma di ciuffi o piccole matasse nervose. Con la Lampreda, apparsa 380 milioni di anni fa, compaiono, per la prima volta due piccoli emisferi cerebrali nell’ambito dei quali si apprezzano i primi lobi, vere e proprie aree specializzate, in particolare per la percezione degli odori . Lo sviluppo di queste delicate strutture richiedeva una scatola cranica sempre più capiente, in grado di accogliere il cervello che andava acquistando sempre maggiore importanza come centro di coordinamento. Da esso partivano le risposte agli stimoli provenienti dall’esterno, sotto forma di movimenti altamente coordinati in grado di modificare i rapporti tra animale e ambiente esterno.

50-Istinti




Nella storia degli animali, infatti, ha preso sempre più evidenza la testa, come elemento anatomico distinto dal resto del corpo, quasi per tentare di isolare la centrale, fino ad allora sede di elaborazione degli stimoli per la produzione dei comportamenti, dal resto del corpo che eseguiva gli ordini partiti dalla centrale superiore. Non sempre, comunque, ad un aumento del volume complessivo dell’animale ha corrisposto un adeguato e proporzionato aumento del volume della  massa cerebrale nascosta dentro il cranio. Ed infatti ci sono stati animali grossi e stupidi, e animali piccoli e intelligenti. La centrale presente nella testa degli animali. si è andato sviluppando anche come sede della cosiddetta memoria genetica. Il DNA di queste cellule, infatti, contiene tutte le informazioni necessarie all’organismo per vivere, Grazie a queste informazioni le cellule nervose dettano all’organismo e alle sue parti le istruzioni per mettere in azioni i meccanismi del proprio funzionamento. Il cuore batte, il rene depura, gli occhi vedono, le orecchie sentono, le unghie crescono, ogni cellula fa il proprio dovere, indipendentemente dalla volontà dell’organismo e senza averlo appreso preventivamente. Semplicemente è una memoria insita nelle cellule stesse che nascono con la capacità di fare quello per cui dalle origini si sono specializzate. Non solo ma a livello di questa originaria matassa cerebrale sono insiti anche quei comportamenti dell’individuo che si esplicano in maniera del tutto inconsapevole fin dalla nascita: il ragno tesse d’istinto favolose architetture di ragnatele; certi esseri unicellulari marini riescono a costruirsi una casa d’aculei usando frammenti di spugna; i piccoli nati dalle uova di una tartaruga marina deposte nella calda sabbia, si dirigono inevitabilmente verso il mare, dove sono destinati a vivere, affrontando un viaggio pericolosissimo; gli scoiattoli nascondono sotto gli alberi le loro provviste per l’inverno;


andare in fila indiana per le pepere è una questione di istinto


 i piccoli delle papere, poco dopo la nascita, seguono in fila indiana la madre che li guida in posti sicuri; i piccoli dei mammiferi, appena nati, afferrano i capezzoli della mamma per succhiarne il latte; gli uccelli volano; i pesci scivolano silenziosamente nell’acqua; gli animali terrestri si muovono disinvoltamente aiutandosi con gli arti. Sono tutte reazioni e meccanismi innati e vitali dell’individuo, che nessuno ha mai insegnato loro e che danno la capacità di reagire bene con l’ambiente e quindi di sopravvivere: una memoria  e un talento di vecchia data, che si è arricchito nel corso di miliardi di anni, modificandosi con l’evoluzione. Nella matassa cerebrale, oltre agli istinti, frutto di ataviche memorie genetiche, trovano posto  quegli istinti primordiali che necessitano per la sopravvivenza, come fame, sesso, aggressività, sonno, che sono delle risposte automatiche e non frutto di apprendimento, a delle domande pervenute alla matassa cerebrale dall’ambiente esterno.


51-Nuove tecniche



Con il progredire della scala evolutiva, il cervello è aumentato, oltre che di volume, anche nella sua complessità e si è affermato come centrale di comando e cabina di guida. Ogni stimolo ha sempre provocato una reazione basata sulla capacità di quell’animale di reagire come la memoria genetica gli aveva insegnato. Ma a questo punto qualcosa comincia a cambiare. E naturalmente lo si nota subito nel modo del tutto nuovo di cacciare degli animali. Adottare nuove tecniche di caccia, appena un poco più raffinate dei ciechi assalti dei predatori precedenti, richiese certamente la presenza di nuove connessioni neuronali a livello cerebrale, con la relativa formazione di nuovi centri nervosi e conseguente aumento del volume cerebrale. Infatti quello che colpisce ora, è la capacità acquisita dal predatore di porre un certo freno ai propri istinti. Esso infatti agisce all’inizio in preda ai soli istinti, ma poi adotta una tecnica di attesa sicuro che in breve tempo il grosso erbivoro si accascerà al suolo e morirà. Questo nuovo e importantissimo fattore  che si inserisce a livello cerebrale, determina, nei mammiferi un salto di qualità. Più tardi, quando i predatori saranno di piccola e media taglia le cacce verranno condotte raramente da singoli predatori, ma quasi sempre in gruppo, il che richiederà dei coordinamenti tra singoli e quindi sarà necessario attivare nuovi centri nervosi capaci di coordinare i movimenti e gli assalti anche in relazione agli altri elementi del gruppo. Di fronte a branchi di erbivori di grossa taglia sarà necessario operare una scelta della preda più facile da abbordare e colpire (piccoli o malati). Siamo senz’altro di fronte a dei comportamenti più elaborati i quali hanno bisogno, per essere attuati, di centri nervosi specifici. I crani, infatti aumentano le loro dimensioni per accogliere una massa cerebrale in espansione.




 La parte originaria del cervello, sede degli istinti  e delle memorie antiche, che per tanto tempo è rimasta nuda all’interno della scatola cranica va rivestendosi di una pellicola che prenderà il nome di corteccia cerebrale e che aumenterà progressivamente il proprio spessore. Possiamo dire che con la formazione di questa nuova porzione del cervello gli animali si fanno più intelligenti, cosa che avviene, in maniera molto graduale, grazie ad un meccanismo  innescatosi ai primi successi ottenuti da queste nuove soluzioni evolutive e secondo cui l’apprendimento di sempre nuove soluzioni determinerà un aumento delle capacità di fare, e le capacità acquisite determineranno un maggiore apprendimento. Un circolo virtuoso, insomma, che si risolverà con la nascita, di volta in volta, di esseri sempre più intelligenti che avranno, nei loro crani dei cervelli via via sempre più grandi. I due elementi che contribuiscono ad alimentare questo circolo virtuoso sono, appunto, i comportamenti innati e il fattore ambientale; infatti nella vita degli animali c’è sempre un misto di comportamenti istintivi, non appresi, e di comportamenti frutto di apprendimento e di interrelazione con l’ambiente che lo circonda, specialmente durante il primo periodo della vita.